4. My home’s in your arms
Londra, 2009Mancavano pochi minuti all’arrivo di Jane e io, ovviamente, ancora non ero pronta.
Aprii l’armadio e presi la prima maglietta nera che mi capitò fra le mani e un paio di jeans stretti e scuri.
Mi vestii in fretta, pettinai i miei disordinatissimi capelli e mi misi un po’ di matita nera sugli occhi.
Quando entrai nella macchina della mia amica, l’ansia divenne sempre più forte e iniziai a fumare una sigaretta dopo l’altra. Si, avevo decisamente preso questo vizio da Ville.
“Ash, forse è il caso di lasciar perdere il concerto, che ne pensi?”
“Si, forse è il caso, J. Ma sai, credo di essere diventata piuttosto masochista e a questo punto VOGLIO vederlo, ho bisogno di vederlo. Dovrò pur capire prima o poi come finirà questa storia o sbaglio?”
Ovvio, quando si trattava di prendere una decisione sensata io optavo sempre per la via più tortuosa.
“Credevo fosse già finita.”
“Oh, lo credevo anche io. Anzi no, ad essere sincera non l’ho mai creduto. Non è mai finita, J. Non è assolutamente finita e d’altronde, finché non rivedo quel maledettissimo uomo non metterò mai definitivamente la parola FINE a tutta questa storia, ammesso che ci riesca.”
Jane preferì lasciar cadere il discorso e, tra un pensiero e l’altro, arrivammo al Wembley Stadium.
Entrammo nello stadio poco dopo e, stranamente, riuscimmo a trovare un posticino in prima fila senza troppi problemi.
Massì, - pensai – se devo vederlo, tanto vale che mi veda anche lui, così questa serata passerà alla storia come il concerto più strano a cui abbia mai assistito.
Mi resi conto che mi stavo comportando come una stupida: mascherare la mia tensione con la rabbia non era una mossa molto saggia. Decisi di calmarmi, o almeno di provare a farlo.
J era eccitatissima, lei adorava gli HIM e non avendo un conto in sospeso con il loro frontman, si sarebbe goduta il concerto.
Io avevo molta, moltissima paura di quello che sarebbe potuto succedere anche se effettivamente, cosa poteva accadere?
Io e Ville non ci saremmo parlati, non ci saremmo chiariti, non ci saremmo incontrati.
Le cose erano molto più semplici di quel che pensavo: io avrei visto un loro concerto e molto probabilmente lui non si sarebbe accorto della mia presenza.
Non c’erano possibilità di farsi del male, giusto?
Eppure, qualcosa dentro di me diceva tutto il contrario: una strana sensazione si era diffusa nel mio corpo, come se di li a poco ci fosse stato uno scontro.
Le luci si abbassarono, la folla iniziò ad urlare e le prime note partirono.
Poi, di colpo, i riflettori si accesero e si videro i ragazzi.
Migè che suonava il basso facendo i suoi soliti versi, Linde era concentratissimo sulle corde della sua chitarra, Gas colpiva la batteria con foga e Burton era nel suo solito angolino davanti alle tastiere.
Ville sarebbe entrato solo dopo la fine dell’intro, scatenando così, ulteriori urla da parte delle sue fan.
In pochi secondi ripensai a quanta strada avevano fatto i 5 finnici in 6 anni: con Love Metal conquistarono ancora di più l’Europa, con Dark Light arrivarono oltre oceano facendo salire alle stelle le loro vendite e con Venus Doom avevano raggiunto la maturazione a cui ogni gruppo sogna di arrivare. Si, avevano fatto molta strada in questi anni e ne avrebbero fatta sempre di più, questo era certo.
L’intro finì e mentre il darkman salì sul palco, il mio cuore iniziò a battere come non faceva da tanto, troppo tempo.
La speranza irrazionale che mi vedesse si impadronì del mio corpo: c’era poco da fare, per quanto fosse diverso dall’ultima volta che lo vidi, era sempre in grado di farmi regredire all’adolescenza.
Dopo aver dato un’occhiatina fugace al pubblico chiuse gli occhi e iniziò a cantare con passione.
Tutto sembrava essere tranquillo, lui cantava e ogni tanto scambiava qualche battuta con il bassista, ma a metà concerto successe qualcosa.
Jane mi stava dicendo una cosa e così persi di vista Ville ma un improvviso silenzio attirò non solo la mia attenzione ma anche quella di tutto lo stadio.
Alzai il mio sguardo e incrociai due grandi e bellissimi occhi verdi.
Intorno a noi calò il silenzio: i ragazzi smisero di suonare, il pubblico si guardava attorno perplesso e io e Ville continuavamo a fissarci.
Il suo sguardo era sorpreso, intimorito e forse, anche un po’ contento e speranzoso.
Io ero completamente immobile, avvolta da uno strano scudo che mi separava da tutto il resto del mondo meno che da lui.
In quel momento, mi resi conto della verità che avevo cercato di nascondere a me stessa ma che alla fine era sempre stata li, davanti ai miei occhi: il mio cuore e la mia anima appartenevano a Ville e questo non sarebbe mai cambiato.
Avevo cercato inutilmente di riprenderli entrambi, avevo cercato di far riempire il vuoto che lui aveva lasciato da qualcun altro, avevo cercato di dimenticare tutto quanto, ma non c’ero mai riuscita perché non c’era niente da dimenticare: quello che provavo per lui faceva parte di me, del mio destino e dimenticando lui, avrei cancellato la mia anima.
Lo aveva detto tante volte, lo aveva persino cantato: “In joy and sorrow, my home’s in your arms”.
Già, la mia casa era proprio li, tra le sue braccia.
Dopo cinque minuti, l’espressione di Ville cambiò improvvisamente: mi guardò sorridendo, bisbigliò qualcosa al resto della band che acconsentì silenziosamente e poi si avvicinò al microfono.
“Scusate l’interruzione, ma c’è stato un piccolo cambiamento della set list. Questa canzone la dedico ad una persona che è molto importante per me…”
Linde attaccò con le prime note, Ville si voltò nuovamente verso di me e mentre mi guardava iniziò a cantare:
Oh girl we are the same
We are young and lost and so afraid
There’s no cure for the pain
No shelter from the rain
All our prayers seem to fail
In joy and sorrow my home's in your arms
In world so hollow
It is breaking my heart
In joy and sorrow my home's in your arms
In world so hollow
It is breaking my heart
Ed era proprio così: avevamo paura, ma per la prima volta eravamo entrambi senza barriere.
Eravamo privi di qualsiasi tipo di protezione, pronti a mostrarci l’essenza più profonda di noi stessi e lo avremmo fatto. Ci sarebbe voluto molto tempo per perdonare le ferite che ci eravamo fatti e ce ne sarebbe voluto altrettanto per lasciarci tutto il passato alle spalle e ricominciare tutto d’accapo, ma l’avremmo fatto.
Dopo sei anni avevamo finalmente capito di appartenerci.
Strano pensare come le nostre vite si possano legare a tante persone e in tanti modi e momenti differenti.
Io e Ville ci eravamo già legati, eppure lo avevamo fatto nel modo e nel momento sbagliato.
Solo dopo molto tempo, tempo in cui le nostre vite si erano intrecciate con quelle di altri, avevamo realmente capito l’intensità del nostro legame.
Oh girl we are the same
We are strong and blessed and so brave
With souls to be saved
And faith regained
All our tears wipe away
Ci saremmo salvati a vicenda.
E mentre questa consapevolezza lentamente si faceva spazio in me, lo faceva anche in Ville.
Ormai, niente poteva separarci, nemmeno noi stessi potevamo farlo.