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Slaved to this Love, FF sugli HIM
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-Titolo Slaved to this Love
-Capitoli non essendo ancora conclusa non so dire quanti ne saranno xD
-Tipo OC
-Rating Verde
-Genere Introspettivo, Romantico, Malinconico
-Breve trama Ehm, questa storia non ha realmente una trama xD racconta solo la storia di due persone ^^



Prologo.


Sin dall’inizio fece suo un misero cuore.
Lo strappò dolcemente dal suo posto nel mio petto e ne fece un suo tesoro.
Ma adesso, quel cuore, il mio cuore, non esisteva più: lo aveva spezzato in pezzettini così piccoli da poter passare per la cruna di un ago.
Un dolore lancinante si dilaniò nel mio corpo finché non presi la decisione di farla finita: troppe volte le persone e l’amore mi avevano detto di no, adesso li avrei semplicemente battuti sul tempo.



1. Star of Fate


Londra, 2003

Avevo da poco compiuto 23 anni e ricevetti il regalo migliore dal mio gruppo preferito: il loro nuovo album sarebbe uscito due giorni dopo il mio compleanno e, come al solito, Londra era prevista tra le tappe del prossimo tour. Decisamente la combinazione perfetta per poter girare in ufficio con un sorrisetto perenne, anche se, ovviamente, il mio inusuale buonumore destò qualche sospetto, ma non me ne curai.
Seguivo gli HIM sin dal loro debutto nel 2000 e dalla semplice infatuazione per una canzone ero passata alla più totale devozione per il quintetto finnico e, in modo particolare, per il frontman: il carismatico Ville Valo.
Inizialmente il mio interesse per lui era basato soprattutto sul magnetismo dei suoi occhi ma poi, dopo aver letto ogni singola parola dei suoi testi e aver raccolto il maggior numero di interviste possibile, scoprii lati del suo carattere a dir poco impressionanti: era sarcastico, romantico, tormentato, poetico, intelligente e con una cultura davvero immensa ma soprattutto, mi rispecchiavo in tutto ciò che diceva, era come se entrambi avessimo provato gli stessi devastanti sentimenti.
Il suo modo di vedere le cose, di affrontare la vita e le mille emozioni che un semplice gesto poteva scaturire… si, era decisamente l’Uomo Perfetto peccato però che fosse uno dei darkman più irraggiungibili di tutta Europa.
Le mie amiche spesso mi prendevano in giro per la mia venerazione per quest’uomo, dicevano che sembravo un adolescente impazzita, ma poco importava: finché mi avrebbe aiutato e emozionato, niente al mondo mi avrebbe fatto rinchiudere in un cassetto la mia passione.
Strano pensare che proprio questa passione mi avrebbe portato tanta felicità quanto dolore.



Londra, 2009
Riemersi dal ricordo che ad ogni compleanno dal 2003 usciva dal suo angolo nascosto della mia mente e tornava a reclamare il suo posto nel mio cuore.
Non ce l’avrei mai fatta a dimenticarlo, ormai era chiaro.
Ma per quanto ancora sarei riuscita a sopportare la situazione?
Rinchiudere quel momento della mia vita, probabilmente il più bello e coinvolgente che avessi mai vissuto, era servito solo a farmi evitare di affrontare la cruda realtà, ma sentivo che qualcosa stava succedendo.
Stavo esplodendo: il mio cuore, la mia mente, la mia anima avevano bisogno di sfogarsi e io avevo paura proprio di questo.
Paura di quello a cui avrei dovuto far fronte, paura di tutto ciò che avevo cercato di reprimere e che piano piano si stava facendo spazio in me, rendendo sempre più profonda la ferita che mi portavo appresso.
Sarebbe mai finito questo lenta e quasi dolce tortura?
Guardai fuori dalla finestra in cerca di una risposta, ma tutto ciò che vidi fu la mia splendida città avvolta dalla notte.
No, probabilmente l’agonia non sarebbe mai finita.
Andai sul balcone, mi accesi una sigaretta e guardai la luna sperando di trovare la soluzione di tutti i miei quesiti nella mia bianca e fedele amica.



The second star from the right
Is the one I use as my guiding light
Tonight I cast my spell
And I wish upon a star
Star of fate keeps me moving along
Follow that dream of my heart.
Star of Fate - The 69 Eyes

 
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view post Posted on 29/4/2009, 16:09Quote
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2. About my sorrow



Londra, 2009

“Ash! Ma come è possibile che tu sia sempre così dannatamente distratta in questo periodo?!”
Jane, la mia più cara amica, mi aveva risvegliato dai miei pensieri.
“Scusami, Jane. È un periodo un po’ così, lo sai…ma ti prometto che adesso starò più attenta.”
“Certo, certo. Lo hai detto anche dieci minuti fa quando ti ho ripescato dal tuo mondo. Vuoi dirmi cosa sta succedendo?”
Avrei voluto dirglielo, eppure, non ci riuscivo.
Non ancora almeno, anche se, effettivamente, erano passati ben 6 anni e di tempo ne avevo avuto a sufficienza.
“Niente di speciale, un po’ di depressione post compleanno.”
Scoppiò a ridere e ritornammo ai nostri computer.
Il mio lavoro consisteva nell’aiutare i manager delle band di passaggio che avevano il contratto con la casa discografica per la quale lavoravo.
Amando la musica sin da bambina, un lavoro del genere mi andava a pennello.
Finita la giornata, io e Jane andammo nel pub vicino all’ufficio e dopo aver ordinato da bere, Jane tirò fuori una busta bianca e me la porse.
Con un’espressione molto soddisfatta disse:
“Tieni, ecco il tuo regalo di compleanno.”
Aprii la bustina e dentro trovai due biglietti per un concerto… degli HIM.
“Li adori, il nuovo disco lo avrai ascoltato come minimo 70 volte e perciò ho pensato di regalare ad entrambe un buon concerto.”
Evidentemente doveva essersi resa conto di quanto ero sbiancata perché, con fare preoccupato, mi chiese se avesse fatto bene.
“Si, non preoccuparti Jane, mi hai fatto un regalo bellissimo.”
“Ne sei sicura? Non credevo di farti del male perché.. beh è da tanto che tu e Ville..”
Lasciò cadere la frase per paura di ferirmi, ma la continuai per lei.
“Abbiamo rotto. Si, è da tanto. Sta tranquilla, ormai è acqua passata, non ci penso più. Anzi, sarà bello vedere i ragazzi in azione.”
Perfetto,- pensai- ora ricordo perché avrei dovuto parlarne con Jane! Per evitare situazioni del genere!
“Bene, se dici che non ci pensi più mi fido. Il concerto è tra tre mesi e sono riuscita a prendere i biglietti per il parterre, ci divertiremo molto, vedrai!”
E dopo aver mascherato il più possibile il mio turbamento, iniziammo a parlare del più e del meno.


Londra, 2003


Sei mesi erano passati in un soffio, quasi non mi resi conto del tempo che scorreva.
Ero sulla mia, anzi, dovrei dire nostra nuvoletta felice e da li non riuscivo a scendere.
Finché, un giorno, il castello in aria che ci eravamo costruiti ci crollò addosso impetuosamente.
Non so dire come, non so dire perché, ma entrambi volevamo farla finita.
Sia io che Ville avevamo paura di quello che stava succedendo.
Eravamo così uniti, così simili e diversi allo stesso tempo, che l’uno completava l’altra e viceversa.
Sembravamo due metà dello stesso mondo, dello stesso cuore, eppure qualcosa non andava.
Chissà, forse non era il momento giusto o forse non eravamo le persone adatte ad avere a che fare con una storia e un sentimento così forte e serio, sta di fatto che ci lasciammo e ognuno tornò sulla propria strada come se non fosse mai successo niente.
Però, qualcosa era successo.
Il nostro modo di pensare, di vedere le cose, di vivere, di relazionarci…tutto era cambiato e non sarebbe più tornato come prima.
Quando ti leghi ad una persona in modo così intimo, è naturale che ti lasci un’impronta e se il momento degli addii arriva improvvisamente, l’impronta diventa una ferita che si allarga lentamente, così lentamente da lasciarti senza fiato quando il dolore è ormai arrivato al culmine.
Ero sopraffatta da tutto quel vortice di emozioni turbolente e stupidamente rinchiusi in un cassetto tutto ciò che provavo per lui, tutti i ricordi dei momenti passati insieme dicendomi che, così, sarebbe stato più facile tornare alla mia vita di sempre.
Sapevo, però, che prima o poi sarebbe tornato tutto a galla.
Speravo solo che sarebbe successo il più tardi possibile.
Non avrei mai detto che un giorno, tutta la protezione che mi ero piano piano costruita, si sarebbe frantumata davanti ad un regalo.




When your heart is empty
And consolation is all you need
Your heart is surrounded with a broken shield
No consolation, no bitter tears
About my sorrow – Negative

 
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view post Posted on 5/5/2009, 14:00Quote
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3. Cyanide Sun
Londra, 2003

Il cellulare squillò e senza nemmeno leggere il nome di chi mi stava chiamando, risposi, certa di sapere con chi avrei parlato.
“Pronto?”
“Ehila Ash!”
Ed eccola, la voce che per tutto il giorno mi riempiva la testa, quella che mi aveva stregato sin dal primo istante e per la quale avrei fatto veramente di tutto, la voce del mio cantante preferito, il suono di quel sogno quasi adolescenziale che era diventato realtà.
“Yatta!” – esultai - “Sapevo che eri tu!”
“Vorrei ben vedere, Darling, ti chiamo a quest’ora tutti i giorni”
E dopo aver fatto sfoggio del suo onnipresente sarcasmo scoppiò a ridere.
La sua risata era così buffa che quando la sentivi non potevi far altro che sorridere.
“Allora, come stai? E’ andata bene la giornata?”
“Jane dice che ho la testa sempre di più fra le nuvole, oggi stava per chiamarti disperata! Ma per il resto è andata come al solito, niente di nuovo. E a te è andato bene il concerto di ieri sera?”
“Si, siamo piuttosto soddisfatti e anche il pubblico sembrava esserlo. Pure Migè sta iniziando a mal sopportarmi, dice che sono diventato più rompiscatole di quanto non lo fossi prima e pensava che non sarebbe mai stato possibile.”
“Credo che se continua di questo passo i ragazzi finiranno per odiarmi.”
“Darling, è impossibile odiarti, lo sai. Comunque… ecco stavo pensando che forse c’è un modo per salvare Jane e i ragazzi dalla disperazione…”
“Ah si? E quale sarebbe?”
“Sai che domani farò l’ultimo concerto in Germania, no?”
“Si, poi avrete qualche giorno di libertà!”
“Esatto e il prossimo concerto lo farò a Londra e…non so, forse…”
“SI! ASSOLUTAMENTE SI! Vieni qui!”
“Leggiamo anche nel pensiero adesso?”
Immaginai che stesse sorridendo mentre diceva queste parole e sapevo di aver ragione perché ormai ci conoscevamo così bene che l’uno era lo specchio dell’altra.
“Si, mi sono data all’occulto mentre giravi per l’Europa, sai, tanto per…”
“Bene, ho una chiromante come ragazza, gran bel traguardo!”
Scoppiammo inevitabilmente a ridere e dopo esserci punzecchiati per un po’, Ville tornò di colpo serio.
“Ash, faccio prenotare il biglietto aereo da Seppo e il prima possibile ti dirò gli orari del volo. Adesso devo andare, il concerto inizia tra mezz’ora.”
“Ok. Una sola cosa..”
“Dimmi.”
“Perché ti ostini a chiamarmi prima dei concerti?”
“Perché sei il mio portafortuna, sweetie.”
E prima che facessi in tempo a rispondere, sentii una porta spalancarsi e un borbottio spazientito provenire dall’altro capo del telefono. Immaginai la scena che si presentava ogni sera.
“Fammi indovinare: Migè è appena entrato, ti ha detto di darti una mossa e che farai il bell’innamorato in un altro momento.”
“Quindi è vero che ti sei data all’occulto!”
“Bene, allora vai, delle fan sono pronte a mangiarti con gli occhi e ad essere uccise dalle vostre canzoni, non vorrai farle aspettare!”
Sorridemmo entrambi.
“Mi manchi, Ash…”
“Anche tu mi manchi, ma…”
Un urlo interruppe la mia frase.
“VILLE! ATTACCA QUEL CAVOLO DI TELEFONO, E PORTA IL TUO SEDERE SUL PALCO!”
E ovviamente, Migè prese il telefono di Ville e mi disse:
“Ash, scusami, ma un concerto ci aspetta e se l’acciuga continua a fare gli occhi dolci al telefono non inizieremo mai. Ti voglio bene, lo sai, ma non voglio scatenare l’ira di Seppo”
“Assolutamente d’accordo, porta la sottiletta sul palco e buona fortuna!”
“Grazie cara, bye!”
E la conversazione finì così.
Inutile dirlo, ogni volta non sapevo se scoppiare a piangere per quanto mi mancava Ville o scoppiare a ridere per il modo in cui ogni nostra telefonata finiva.
Ma quella sera, il pensiero che da li a due giorni lo avrei rivisto e avrei passato con lui un po’ di tempo, mi riempiva il cuore di una felicità tale che sarebbe potuto scoppiare.
Accesi lo stereo, alzai il volume al massimo e iniziai a canticchiare gironzolando per il mio appartamento con un sorriso ebete stampato in volto.



Londra, 2009

Mentre i tre mesi passavano lentamente, aumentando ogni giorno di più la mia agitazione, Jane percepì qualcosa, ma conoscendomi sapeva che se mi avesse chiesto qualcosa avrebbe solamente peggiorato le cose, perciò cercò di evitare il più possibile gli argomenti “tabù”.
Ormai mancavano meno di 24 ore al concerto ed ero così ansiosa, che molto probabilmente avevo fumato esattamente quanto Ville.
Sapevo che quella notte non avrei chiuso occhio, come la successiva d’altronde, ma tentai lo stesso di addormentarmi senza, però, riuscirci.
Quando avrebbe smesso di farmi quest’effetto?
Probabilmente mai.
Accesi un’altra sigaretta, andai sul balcone e cercai di nuovo conforto nel cielo della mia città.
Strano pensare a tutte le volte che guardavo la notte avvolgere Londra, nella vana speranza di riuscire a trovare risposta ai mille pensieri che si formavano nella mia testa, eppure, fin dai miei primi ricordi il cielo notturno mi aveva sempre aiutato a pensare.
Rientrai in casa, accesi lo stereo e mi lasciai cullare dalle note degli HIM e dalla voce calda di Ville che, nonostante tutto ciò che successe tra noi, continuava ad essere sempre l’unica in grado di suscitarmi milioni di emozioni rinchiuse in una sola parola.



Separating souls entwined in all these labyrinthine lies
I am dead to you, a shadow doomed
My love, forever in the dark
And of all the untruths the truest is you
Too close to my heart
Cyanide Sun – HIM

 
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4. My home’s in your arms




Londra, 2009


Mancavano pochi minuti all’arrivo di Jane e io, ovviamente, ancora non ero pronta.
Aprii l’armadio e presi la prima maglietta nera che mi capitò fra le mani e un paio di jeans stretti e scuri.
Mi vestii in fretta, pettinai i miei disordinatissimi capelli e mi misi un po’ di matita nera sugli occhi.
Quando entrai nella macchina della mia amica, l’ansia divenne sempre più forte e iniziai a fumare una sigaretta dopo l’altra. Si, avevo decisamente preso questo vizio da Ville.
“Ash, forse è il caso di lasciar perdere il concerto, che ne pensi?”
“Si, forse è il caso, J. Ma sai, credo di essere diventata piuttosto masochista e a questo punto VOGLIO vederlo, ho bisogno di vederlo. Dovrò pur capire prima o poi come finirà questa storia o sbaglio?”
Ovvio, quando si trattava di prendere una decisione sensata io optavo sempre per la via più tortuosa.
“Credevo fosse già finita.”
“Oh, lo credevo anche io. Anzi no, ad essere sincera non l’ho mai creduto. Non è mai finita, J. Non è assolutamente finita e d’altronde, finché non rivedo quel maledettissimo uomo non metterò mai definitivamente la parola FINE a tutta questa storia, ammesso che ci riesca.”
Jane preferì lasciar cadere il discorso e, tra un pensiero e l’altro, arrivammo al Wembley Stadium.
Entrammo nello stadio poco dopo e, stranamente, riuscimmo a trovare un posticino in prima fila senza troppi problemi.
Massì, - pensai – se devo vederlo, tanto vale che mi veda anche lui, così questa serata passerà alla storia come il concerto più strano a cui abbia mai assistito.
Mi resi conto che mi stavo comportando come una stupida: mascherare la mia tensione con la rabbia non era una mossa molto saggia. Decisi di calmarmi, o almeno di provare a farlo.
J era eccitatissima, lei adorava gli HIM e non avendo un conto in sospeso con il loro frontman, si sarebbe goduta il concerto.
Io avevo molta, moltissima paura di quello che sarebbe potuto succedere anche se effettivamente, cosa poteva accadere?
Io e Ville non ci saremmo parlati, non ci saremmo chiariti, non ci saremmo incontrati.
Le cose erano molto più semplici di quel che pensavo: io avrei visto un loro concerto e molto probabilmente lui non si sarebbe accorto della mia presenza.
Non c’erano possibilità di farsi del male, giusto?
Eppure, qualcosa dentro di me diceva tutto il contrario: una strana sensazione si era diffusa nel mio corpo, come se di li a poco ci fosse stato uno scontro.
Le luci si abbassarono, la folla iniziò ad urlare e le prime note partirono.
Poi, di colpo, i riflettori si accesero e si videro i ragazzi.
Migè che suonava il basso facendo i suoi soliti versi, Linde era concentratissimo sulle corde della sua chitarra, Gas colpiva la batteria con foga e Burton era nel suo solito angolino davanti alle tastiere.
Ville sarebbe entrato solo dopo la fine dell’intro, scatenando così, ulteriori urla da parte delle sue fan.
In pochi secondi ripensai a quanta strada avevano fatto i 5 finnici in 6 anni: con Love Metal conquistarono ancora di più l’Europa, con Dark Light arrivarono oltre oceano facendo salire alle stelle le loro vendite e con Venus Doom avevano raggiunto la maturazione a cui ogni gruppo sogna di arrivare. Si, avevano fatto molta strada in questi anni e ne avrebbero fatta sempre di più, questo era certo.
L’intro finì e mentre il darkman salì sul palco, il mio cuore iniziò a battere come non faceva da tanto, troppo tempo.
La speranza irrazionale che mi vedesse si impadronì del mio corpo: c’era poco da fare, per quanto fosse diverso dall’ultima volta che lo vidi, era sempre in grado di farmi regredire all’adolescenza.
Dopo aver dato un’occhiatina fugace al pubblico chiuse gli occhi e iniziò a cantare con passione.
Tutto sembrava essere tranquillo, lui cantava e ogni tanto scambiava qualche battuta con il bassista, ma a metà concerto successe qualcosa.
Jane mi stava dicendo una cosa e così persi di vista Ville ma un improvviso silenzio attirò non solo la mia attenzione ma anche quella di tutto lo stadio.
Alzai il mio sguardo e incrociai due grandi e bellissimi occhi verdi.
Intorno a noi calò il silenzio: i ragazzi smisero di suonare, il pubblico si guardava attorno perplesso e io e Ville continuavamo a fissarci.
Il suo sguardo era sorpreso, intimorito e forse, anche un po’ contento e speranzoso.
Io ero completamente immobile, avvolta da uno strano scudo che mi separava da tutto il resto del mondo meno che da lui.
In quel momento, mi resi conto della verità che avevo cercato di nascondere a me stessa ma che alla fine era sempre stata li, davanti ai miei occhi: il mio cuore e la mia anima appartenevano a Ville e questo non sarebbe mai cambiato.
Avevo cercato inutilmente di riprenderli entrambi, avevo cercato di far riempire il vuoto che lui aveva lasciato da qualcun altro, avevo cercato di dimenticare tutto quanto, ma non c’ero mai riuscita perché non c’era niente da dimenticare: quello che provavo per lui faceva parte di me, del mio destino e dimenticando lui, avrei cancellato la mia anima.
Lo aveva detto tante volte, lo aveva persino cantato: “In joy and sorrow, my home’s in your arms”.
Già, la mia casa era proprio li, tra le sue braccia.
Dopo cinque minuti, l’espressione di Ville cambiò improvvisamente: mi guardò sorridendo, bisbigliò qualcosa al resto della band che acconsentì silenziosamente e poi si avvicinò al microfono.
“Scusate l’interruzione, ma c’è stato un piccolo cambiamento della set list. Questa canzone la dedico ad una persona che è molto importante per me…”
Linde attaccò con le prime note, Ville si voltò nuovamente verso di me e mentre mi guardava iniziò a cantare:

Oh girl we are the same
We are young and lost and so afraid
There’s no cure for the pain
No shelter from the rain
All our prayers seem to fail
In joy and sorrow my home's in your arms
In world so hollow
It is breaking my heart
In joy and sorrow my home's in your arms
In world so hollow
It is breaking my heart



Ed era proprio così: avevamo paura, ma per la prima volta eravamo entrambi senza barriere.
Eravamo privi di qualsiasi tipo di protezione, pronti a mostrarci l’essenza più profonda di noi stessi e lo avremmo fatto. Ci sarebbe voluto molto tempo per perdonare le ferite che ci eravamo fatti e ce ne sarebbe voluto altrettanto per lasciarci tutto il passato alle spalle e ricominciare tutto d’accapo, ma l’avremmo fatto.
Dopo sei anni avevamo finalmente capito di appartenerci.
Strano pensare come le nostre vite si possano legare a tante persone e in tanti modi e momenti differenti.
Io e Ville ci eravamo già legati, eppure lo avevamo fatto nel modo e nel momento sbagliato.
Solo dopo molto tempo, tempo in cui le nostre vite si erano intrecciate con quelle di altri, avevamo realmente capito l’intensità del nostro legame.

Oh girl we are the same
We are strong and blessed and so brave
With souls to be saved
And faith regained
All our tears wipe away



Ci saremmo salvati a vicenda.
E mentre questa consapevolezza lentamente si faceva spazio in me, lo faceva anche in Ville.
Ormai, niente poteva separarci, nemmeno noi stessi potevamo farlo.



 
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3 replies since 24/4/2009, 23:15
 

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