Ho deciso di riscrivere questa fanfiction da capo, visto che avevo già perso l'ispirazione per continuare al secondo capitolo XD. avrà sempre la stessa trama, solo che è scritto in modo diverso. Please Commentatee!!
Genere: Introspettivo Rating: Giallo Commenti: qui
Dr.Jekyll e Mr.Hyde
CAPITOLO 1. Un normale giorno di scuola.
Lisa si sporse dal finestrino della MINI COUPER. Stava piangendo, eppure nessuno se ne accorgeva. Il padre guidava accanto a lei, troppo indaffarato a discutere con un collega al telefono per pensare alla sua "piccola, bellissima" figlia. Tutte cazzate. La verità era che non gliene fregava niente di lei. A nessuno fregava niente di lei.
"Lisa, tesoro, potresti chiudere il finestrino? Così farai uscire tutta l'aria condizionata"
"Chiuditelo da solo questo cazzo di finestrino, papà. Addio."
Stava quasi urlando quando sbattè con forza lo sportello della macchina, in una strada deserta a quasi un chilometro dalla scuola. Non sarebbe mai arrivata in tempo, neanche correndo. O forse era quello che voleva, una giornata da sola, completamente sola, a passeggiare per il corso, fregandosene del compito di matematica o dell'inerrogazione di latino. Un clacson suonò dietro di lei. Evidentemente il padre non si era mosso di lì. Risalì in macchina timidamente, il volto paonazzo per l'imbarazzo.
"Scusa papà. Sarà stata l'agitazione"
"Non ti preoccupare piccola. Non mi sono offeso."
Di due cose Lisa era certa: uno, quel giorno sarebbe andata a scuola. Due, suo padre non aveva capito un bel niente di lei.
La scuola media Savini era una delle più prestigione della provincia. Fondata circa un secolo prima, a prima vista dava l'idea di un firormatorio per casi irrecuperabili. Lisa ne aveva fatto l'abitudine. Erano ormai tre anni che ogni giorno varcava la soglia al suon di campanella, odiosamente puntuale. Tre anni, ancora non riusciva a capacitarsene. A giugno avrebbe superato l'esame di terza media e poi.. Non voleva pensare al futuro, era già troppo complicato il presente. Due ragazze con un minigonna mozzafiato le passarono accanto. Avrebbe dovuto salutarle, le conosceva da quando aveva cinque anni, ma non lo fece. La sua vita era così, un continuo tira e molla tra quello che avrebbe potuto fare e che invece non faceva. Mentre correva tra i corridoi immaginò come sarebbe potuta apparire lei, in minigonna. Poi entrò in classe, e tutto tornò alla normalità. La signorina Ripani era una delle professoresse più insopportabili che a un alunno delle scuole medie possa capitare. Lisa aveva avuto l'immensa fortuna di averla come insegnante non di una, ma di ben tre materie, e ciò significava quasi quindici ore a settimana con lei. La professoressa la guardò in cagnesco fino a che non si fu sistemata nel banco. Poi prese una penna rossa e con diabolica soddisfazione segnò un'enorme R sul nome Lisa Saffo. Insopportabile zitella.
"Oggi interroghiamo.. Saffo cortesemente, vuoi raggiungere la lavagna?"
Nessuno si sorprese di sentire il suo nome, tanto meno lei. Lisa era la secchiona, e tutti gli insegnanti la chiamavano per prima alle interrogazione.. 'Per far capire agli altri come dovrebbe essere una verifica orale'. L'interrogazione andò come previsto, alla fine dell'ora la professoressa si lasciò scappare persino un applauso. Breve, ma sufficiente a farle cambiare colore del viso e a desiderare di sprofondarsi in quell'istante. Riuscì a tornare a posto, quasi correndo. Sentiva borbottare qualche "secchiona", "lecchina", qua e là, ma non ci faceva più caso. Due mesi e se ne sarebbe andata da quella classe di merda, perchè rovinare tutto proprio adesso? Non poteva però immaginarsi quanto la sua vita sarebbe cambiata in quei due ultimi mesi di scuola.
Allora?Che vi sembra? Please ho bisogno di consigli, tanti, anche le critiche sono accettate^^
Lisa si svegliò di soprassalto. Doveva essere stato un incubo. Si asciugò la fronte imperlata di sudore, ancora scossa per qualcosa che non ricordava. Lanciò un' occhiata verso la sveglia, segnava le quattro del mattino. Fuori dalla finestra Via Mazzini era silenziosa. Non il rombo di uan macchina, non il verso di un animale. Scese dal letto, le mani stese per non sbattere contro qualche mobile. Accese la luce del comodino, non si vedeva un accidenti nella sua camera. Quelle erano le sue prime quattro ore da quindicenne. Già, oggi era il suo compleanno. Che merda di compleanno, pensò, prima di spegnere la luce e rimettersi a dormire.
Il compleanno per una quindicenne sfigata non è proprio il massimo. Per Lisa era un incubo. Un giorno da dimenticare, di quelli che aspetti solo che finiscano. Fino a pochi anni prima non era così, il Nove Aprile in casa Saffo era atteso quasi quanto il natale. Ed era veramente un gran giorno. Poi alla sorella del Signor Enrico, una settantenne zitella e pettegola, venne la brillante idea di morire il giorno del decimo compleanno della nipote, e così questa data si trasformò in un continuo ripetersi di condoglianze e lacrime. A pranzo si recitava da allora la preghiera, a seguire una visita tristissima al cimitero, e infine, con in immenso dolore, qualcuno si ricordava di fare gli auguri alla ragazza. "Buongiorno" Lisa scese le scale pigramente, pronta a girare lo sguardo alla vista del padre. Non aveva nessuna intenzione di vedere un uomo alto tre volte più di lei in lacrime. Lisa odiava le lacrime. Senza aspettarsi futili festeggiamenti, si vestì e uscì di casa quasi correndo. Quel giorno avrebbe preso l'autobus. Era una sensazione strana, pensare di avere quindici anni e non sentire nessun cambiamento dentro di sè. Era tremendamente identica a otto ore prima. Driiiin...Driiin...
Lisa entrò in classe svogliatamente, svogliatamente buttò lo zaino a terra, e svogliatamente si lasciò sprofondare sulla sedia. "Sei energica oggi, vedo". Antonio Luccani la stava fissando con un sorriso smagliante. Lisa riuscì a ricambiare con uno non altrettanto convincente, pregando dentro di sè che quella non fosse una battuta. Poi lo notò. Un biglietto sotto il banco. O meglio, una busta contenente un biglietto. Sul retro era scritto con una calligrafia indecifrabile
Per Lisa Saffo. Con affetto, Anonimo.
Lisa aprì curiosa la busta, gustando l'adrenalina che le inebriava la mente.
Tanti auguri, Angioletto. Credevo che non me ne sarei ricordato? Bhe, come potrei scordarmi il giorno più importante della tua vita?
Lisa rimase a fissare il foglio per un pò. Non aveva la più pallida idea di chi lo avesse potuto scrivere: si guardò intorno, in cerca di risposte, ma nessuno la stava guardando. A meno che..
"Antonio.. hai scritto tu questo biglietto?"
Nella sua testa sperava così tanto che non fosse lui che aveva paura l'avesse sentita.
"No..Che cos'è? Un ammiratore?"
Il ragazzo sembrava arrabbiato, offeso. Erano anni che tutta la scuola parlava del corteggiamento sfrenato di quello sfigato, Lisa aveva cominciato persino a odiarlo a volte. Le portava rose in classe, le scriveva poesie, alle elementari le aveva addirittura urlato "ti amo" con il microfono della segreteria a ricreazione. E quella era stata davvero la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Lisa non era brutta. Aveva i capelli biondi e lisci, lunghi fino alle spalle, occhi verdi penetranti, fisico perfetto, con curve al punto giusto. Eppure nessun'altro la notava. Nessun'altro fino a quel momento. Un sorriso malizioso le dipinse il viso. Voleva sapere a tutti i costi chi fosse questo ammiratore segreto. E sarebbe stata disposta a tutto per scoprirlo.
Non c'erano molte probabilità di trovarlo. Nella scuola i maschi erano circa i due terzi dell'istituto. Escludendone quindici della sua classe, ne rimanevano 153. No, non sarebbe stato per niente facile.
Lisa si immerse nei suoi pensieri, cercando di mettere a fuoco tutti i ragazzi con cui aveva parlato in quell'ultimo periodo, o che avevano chiesto di conoscerla, quando sentì stranamente ventuno paia di occhi puntanti addosso. L'ultima volta che era capitato era stato quando Antonio le aveva rivelato il suo amore per la trecentesima volta scrivendo "LISA SEI BELLISSIMA" a lettere cubitali sull'armadio. Oh no..
"professoressa, lo sa che oggi è il compleanno della signorina Saffo? Non crede che si meriti un'ora di riposo? Magari con me?"
Antonio si era alzato in piedi, la fissava come se fosse un miracolo. La classe intanto era piegata in due dalle risate. Questo era troppo. Scattò verso di lui, rossa dalla rabbia. Non sapeva bene cosa stava per fare, quindi lasciò che fosse il suo istinto ad agire. In quel momento l'avrebbe potuto strozzare.
"Tu, brutto verme schifoso, mi devi lasciare in pace, chiaro? Mi hai già rovinato la vita, e ancora non ti basta? Io non mi metterò mai con te, puzzi, sei un SFIGATO."
Poi prese la sua roba e sbattè la porta in faccia alla professoressa. L'aveva fatto. Ancora non riusciva a crederci. Tre anni di silenzio e dedizione per poi rovinarsi tutta la sua reputazione con una scenata. Ma non era questo quello che importava. Era libera. Uscì dalla scuola lentamente, non avrebbe mai scordato quel momento, e si ritrovò nella strada principale, tre ore di libertà assoluta, aspettando l'ora X. Le passavano così tanti pensieri per la testa che le cominciava a far male. Alla fine decise di sedersi sotto un albero, ad ascoltare la musica. E per la prima volta nella sua vita si sentì forte, figa. Dei ragazzi passarono con il motorino, li salutò sorridendo. Quante altre cose si era persa fino a quel momento?
Ed ecco che lo vide. Il ragazzo più bello del mondo. Scendeva dal motorino con aria da fighetto. Giacca in pelle, jeans strappati. Doveva aver fatto anche lui sega,perchè portava ancora lo zaino di scuola. Per un istante i loro suardi si incrociarono, aveva gli occhi neri, incredibilmente brillanti, sopra il sopracciglio un percing argentato. Perchè non poteva essere lui il suo ammiratore segreto? Dentro la sua testa immaginò di conoscerlo, poi prese tutto e si allontanò.
Forza raga commentatee!! Mi sto affezzionando tantissimo a questa FIC.. spero che vi sia piaciuto il III Capitolo..
Il tepore dell'acqua bollente si diffuse rapidamente sul corpo nudo di Lisa. Era una sensazione piacevole. Sarebbe rimasta lì per ore, a pensare, ma il padre la stava già chiamando dal piano di sotto. Rompipalle. Era stranamente euforica quella mattina, dai suoi occhi lasciava trapelare molto più di quanto avesse voluto. In questi casi la regola fondamentale era non guardare nessuno della famiglia troppo a lungo. Non riusciva a smettere di pensare al ragazzo che aveva visto il giorno prima, non voleva dimenticare neanche un minimo particolare del suo viso. Chiuse gli occhi, e una figura divina le si formò dentro la testa. perfetta. Gli adulti, nella sua vita, non facevano che parlare dell'amore. Serate noiosissime ad ascoltare lunghi monologhi su quanto l'amore avesse cambiato la vita a ciascuno di loro. All'età di dodici anni si era convinta che quelle fossero tutte balle. L'amore non esisteva. Ora doveva ricredersi. Era proprio come lo avevano descritto.
"Io scappo, è tardi"
un ultima occhiata veloce allo specchio- il sorriso da ebete non decideva a scomparire- e uscì di casa. Salutò tutte le persone che incontrava, gente sconosciuta, parenti che avevano rinunciato a farle uscire un sorriso in loro presenza. Era divertente vedere dipingersi nel volto dei passanti una nota di incredulità. Arrivò a scuola più in fretta che potè. A quell'ora era deserta. Alcuni bambini del primo anno la guardarono estasiati: stavano parlando di lei, ne era sicura, sentiva delle risate infantili alle sue spalle, ma li lasciò fare. Quel giorno aveva cose ben più importanti a cui pensare. Osservò con attenzione tutti i ragazzi che scendevano dai pullman, ma niente. Lui non c'era. Era impossibile che se lo fosse immaginato. Eppure, non era lì. Lla campanella suonò. Un'ultima occhiata. Niente.
Si sentiva osservata mentre entrava in classe. Stava capitando sempre più spesso in quel periodo, cominciava quasi a farci l'abitudine. Notò con una certa soddisfazione che Antonio si era andato a sedere dalla parte opposta della classe, vicino al suo unico amico. Il Gioggiello. Lui stava spiando con sguardo torvo ogni suo movimento, deciso ad odiarla. Le lezioni continuarono normalmente, anche se la notizia della sua sceneggiata si era diffusa rapidamente, i professori fecero finta di nulla. La Signorina Ripani lanciò persino un sorriso forzato nella sua direzione quando entrò in classe, era probabilmente il gesto più gentile che le avesse mai visto fare.
Il bidello entrò in classe di corsa, con una pila di fogli in mano. Tutti sapevano di cosa si trattava, non si parlava d'altro da mesi. "ragazzi sono usciti gli avvisi del viaggio d'istruzione di quest'anno. Essendo del terzo corso, voi avete diritto a tre giorni di uscita. Mi raccomando di mantenere un comportamento decoroso." Guardò negli occhi Marco Lineo quando pronunciò queste parole, cosciente del fatto che quella promessa non sarebbe stata mantenuta. Il biondino aveva provveduto a scorte di alcool che sarebbero bastate a tirare su un pub per tre mesi interi. Lisa non potè fare a meno di sorridere quando lesse la meta: adorava Roma. Dopo alcuni secondi di confusione generale, la professoressa riuscì a riportare ordine in classe, e riprese la sua spiegazione come nulla fosse. Era mostrusosa, certe volte.
Gli ultimi cinque minuti furono una vera tortura per la ragazza. Al suono della campanella dovette correre subito in bagno, o rischiava di morire di mal di pancia.. Ed eccolo che lo vide, fuori la finestra, portava un cappello "Armani" nero, che si intonava perfettamente con il colore dei suoi occhi, jeans stretti calati fin sotto le mutande. Stava parlando con una ragazza carina e intraprendente, prendendosi ben troppe libertà per essere solo amici. Continuò a guardarlì scambiarsi effusioni finchè una lacrima le scorse sul viso, e allora si decidè a uscire. Non aveva pensato a questa possibilità, ora che le si presentava avanti come se fosse la cosa più naturale del mondo, avrebbe voluto morire. Si asciugò in fretta le lacrime, pregando di riuscire a nascondere gli occhi rossi. DI certo, non si sarebbe mai aspettata che una figura piccola e minuta le si parasse davanti, le si presentasse e le offrisse la sua merenda. Si chiamava Ron, aveva undici anni, e le avrebbe sconvolto la vita. Ma Lisa questo ancora non lo sapeva.
Accettò con piacere il tramezzino a metà, anche se dovette sopportare quel piccolo moccioso per tutta la ricreazione. Stava parlando della sua squadra del cuore, con uno strano accento cantinelato, come se avesse già preparato quel monologo da molto tempo. In fondo era divertente, nessuna domanda, nessun obbligo di fingersi interessata, doveva solo aspettasse che quel piccolo attore finisse di ripeterle il copione. La campanella di fine ricreazione suonò più fretta di quanto si immaginasse. Le dispiaque doverlo salutare, la sua voce era stranamente rilassante. Convinta che non l'avrebbe mai pià rivisto.